La casa svaligiata
Amerigo Acapulco fizz R.
UNO
Casa Libralesso era stata svaligiata.
«Casa sua rapinata?» chiese la vicina.
«Svaligiata» corresse Marzio Libralesso. «Le rapine si fanno
in banca; una casa si svaligia».
Marzio Libralesso come mestiere faceva il professore di
lettere e riteneva che le parole avessero la loro importanza. Anche se, in
questo caso era difficile trovare un termine preciso. Solitamente, i ladri che
svaligiano un appartamento fanno una cernita, una scelta tra gli oggetti dello sventurato,
lasciando i meno interessanti e prendendo quelli di maggior pregio. E’
difficile che un ladro possa portarsi via un armadio con tutto il suo
contenuto, oppure le tende del soggiorno insieme al bastone che le sostiene;
ancor meno delle vecchie pantofole e il portarotolo della carta igienica del
bagno. Eppure era successo! Questi ladri si erano portati via tutto. Era
sparita perfino la pattumiera con i fondi del caffé che il professore aveva
bevuto quella mattina.
In casa Libralesso erano rimaste solo le nude pareti. Nel
senso letterale della parola.
Quella mattina, come ogni giorno, il professore si era
recato a scuola. Durante l’ora di storia aveva fatto proiettare il film dal
titolo la banda del buco con Totò,
Vittorio Gassman e un giovanissimo Marcello Mastroianni. La pellicola l’aveva
presa dalla sua cineteca privata che ora, inutile dirlo, non aveva più. I ladri
se le erano portata via insieme alla libreria dello studio.
Alla proiezione in classe, doveva seguire un dibattito sul
boom economico italiano degli anni sessanta ma, artefice l’alunno Zanin Luigi,
la discussione si era arenata sull’efficacia della tecnica dello scasso
mediante buco nella parete più che sui cambiamenti avvenuti nel dopoguerra
nella nostra penisola come voleva Marzio Libralesso. L’allievo aveva esposto
una convincente ed esaustiva dissertazione su tecniche di scasso alternative
più moderne e sicure a discapito della tecnica vista nel film. Il suo
intervento era finito tra i battimani entusiastici dei compagni di classe.
Il professore, una volta tornato a casa, aveva dovuto
ammettere che l’alunno tutti i torti non aveva; in effetti a casa sua non c’era
nessun buco. I ladri erano entrati con le chiavi.
«Ecco come ci ringraziano», continuò la vicina.
Marzio Libralesso avrebbe voluto che la Signorina Barbieri
si attaccasse al telefono e chiamasse la Polizia. E con una certa urgenza! Ma
lei tergiversava. Del resto, conosceva già responsabili di tutto ciò. Gli
Extracomunitari.
«Solo loro sono capaci di entrare in casa così e fregarti
tutto», stava appunto dicendo. “Giungono in Italia con delle tinozze
sgangherate. Li salviamo. Li accogliamo. Diamo loro pure da mangiare e un posto
dove dormire. E loro come ci ringraziano? Rapinando le nostre case».
«Svaligiando…», rettificò ancora il professore. Quella
degli extracomunitari era una fissa della Signorina Barbieri.
«Svaligiare o rapinare, sempre rubare è! Professore, non si
è più sicuri da nessuna parte. Quelli, bisogna ributtarli tutti in mare»,
concluse la donna.
«Non è così semplice, sà … i flussi migratori … il sud
affamato che propende verso il nord sazio e satollo…»
«… pollo? » La zia ultraottantenne della Signorina Barbieri
faceva visita alla nipote almeno una volta la settimana per scroccarle un pasto
e conoscere le ultime novità sul vicinato. Per tutti era Zia Ester ed era sorda
come una campana. Una sua prerogativa era intervenire a sproposito: «Chi mangia
il pollo?».
«Una rapina dal Signor Libralesso…», cercò di spiegare la
nipote alla zia, incurante della spiegazione data poco prima dal professore.
«Una faina?»
Marzio Libralesso pensò che ci sarebbe voluto un quarto
d’ora buona per farle capire qualcosa; nel frattempo i ladri chissà dove erano
con tutti suoi mobili.
Ormai era troppo tardi; la Signorina Barbieri le stava
raccontando l’accaduto: «Ci sono stati i ladri nell’appartamento accanto …»
«… non mi sono mai piaciuti i frati», esclamò Zia Ester.
Poi, rivolgendosi al professore chiese: «Francescani o Domenicani?»
«Ladri, non frati», gridò, ancor di più, la premurosa nipote
all’orecchio della zia. «LA-DRI!»
Marzio Libralesso disperato chiuse gli occhi.
L’arrivo dell’inquilino del quarto piano fu un sollievo per
il professore che cominciava a pentirsi di essersi rivolto alla vicina. Anche
le signore sembrarono gradire l’intrusione. Il Signor Cellini, trasferitosi da
poco nel palazzo, era divorziato e di bell’aspetto. Come si dice in questi
casi, un buon partito. Era stato, inoltre, Maresciallo dei Carabinieri, ora in
pensione per motivi di salute: i suoi piedi piatti.
Ascoltò il resoconto del professore prendendo appunti sul
retro della sua lista della spesa (deformazione professionale!), poi abbozzò un
sorriso.
Era di nuovo in servizio.
«Non possono che essere che loro!», affermò. «La tecnica e
l’ora del misfatto mi fanno pensare a degli extracomunitari!».
Marzio Libralesso rialzò gli occhi al cielo.
«Quei delinquenti,» continuò, «non aspettano la notte.
Agiscono in pieno giorno e … potrebbero, addirittura, essere ancora sul posto.
Anzi, la maggior parte delle volte riescono a farla franca proprio perché non
s’interviene subito. Il fattore tempo è fondamentale. Non possiamo aspettare la
Polizia, dobbiamo stanarli noi.»
Le due donne emisero un «Oh!» all’unisono.
La Zia Ester diede di gomito alla nipote per farsi ripetere
alcuni passi del discorso di quel bel pezzo di maresciallo. Quella giornata
incominciava a piacere alla vecchia signora. Era da quando lo Zio Edoardo era
morto d’infarto sulla tazza del bagno, con tutto il trambusto che ne era
seguito, che non si stava divertendo tanto e poi, quell’uomo, il maresciallo,
assomigliava tanto ad un capitano della marina con cui aveva avuto un filarino
quando era stata giovane.
Marzio Libralesso cercò di spiegare che nell’appartamento
non c’era nessuno, ma Cellini non volle sentire ragioni. Bisognava esserne
sicuri.
Fu così che nacque l’Operazione Bonifica. Ogni impresa di
polizia che si rispetti deve avere un nome in codice spiegò il Maresciallo
Cellini.
L’Operazione Bonifica
fu organizzata come una vera azione di guerra. Ad ognuno dei presenti fu
consegnata un’arma: il battipanni alla Signorina Barbieri, alla Zia Ester il
suo inseparabile ombrello a scacchi, a Marzio Libralesso capitò la scopa. Il
Maresciallo Cellini scelse invece il matterello, che impugnò da par suo;
dopodiché si mise alla testa delle sue truppe.
«E che adesso provino a farcela sotto il naso!» disse prima
di aprire la porta di casa Libralesso.
Più che sotto il naso, fu sotto le gambe della Zia Ester che
sgusciò Pomo, il cane del professore. Marzio Libralesso se n’era completamente
dimenticato! Era l’unica cosa che i ladri avevano lascito. Così, appena la
porta si aprì, Pomo sgattaiolò fuori e … fu la fine dell’Operazione Bonifica.
In esatta sequenza avvennero i seguenti accadimenti:
1.
La Zia Ester per la sorpresa lanciò un urlo. Cercò di colpire
l’animale con l’ombrello, ma prese le gambe del maresciallo.
2.
Le mani del Signor Cellini, tanto salde non dovevano essere,
perché il suo matterello volò sulla testa del povero Libralesso stendendolo.
3.
La Signorina Barbieri, dal canto suo, per lo spavento corse a
nascondersi in casa.
I segni della disfatta furono subito evidenti anche ai meno
attenti: Marzio Libralesso, seduto per terra, si teneva con una mano la testa;
il maresciallo Cellini cercava di tirarlo su bofonchiando qualcosa sulla
virilità di un uomo; la Signorina Barbieri andava sostenendo la pericolosità
delle armi. La Zia Ester, in qualità di membro onorario di quasi tutte le
organizzazioni di carità della città, e che, come diceva lei, di queste cose se
ne intendeva, lanciava l'idea di una tisana alla valeriana per calmare i nervi tesi.
Marzio Libralesso, dal canto suo, si convinse
definitivamente che avrebbe fatto meglio ad andare di persona alla Polizia. La
situazione gli era chiaramente sfuggita di mano.
Fu proprio tutta questa agitazione e il gran trambusto che
ne conseguì che spinse il Signor Maravento, l’inquilino del secondo piano, ad
aprire la porta del suo appartamento dando alla vicenda una connotazione
completamente diversa.
«E’ di sua moglie», disse mentre consegnava una lettera al
povero professore. «Prima di andarsene con un camion carico di mobili, mi ha
pregato di consegnargliela.»
Solo allora tutti i presenti si resero conto che, in
effetti, a casa del professore oltre all’arredo mancava anche la signora
Libralesso.
DUE
La lettera, niente altro che poche righe buttate giù su una
paginetta a quadretti, comunicava a Marzio Libralesso che la moglie lo aveva
lasciato. Insieme all’arredo.
Il professore corresse la punteggiatura del testo con la
penna rossa che aveva nel taschino della giacca e fece il punto della
situazione.
La faccenda aveva preso una piega decisamente diversa da
quella che sembrava in un primo momento. Era stato precipitoso nell’analizzare
gli eventi. Nella situazione in cui si era venuto a trovare non serviva affatto
la polizia. Gioiellino – il nome con cui chiamava la consorte nell’intimità –
era proprietaria dell’arredo e di quello che conteneva quanto lui. Certo, era
sparita anche la sua biancheria intima ed il professore non riusciva ad
immaginare cosa sua moglie avrebbe potuto farsene, ma tecnicamente la signora
Libralesso era comproprietaria anche delle sue mutande e libera di portarle
via.
Era necessario un incontro chiarificatore con Gioiellino.
Ora, mettersi in contatto telefonico con qualcuno in una
società basata sulla comunicazione può sembrare una cosa semplice al giorno
d’oggi, ma per farlo è indispensabile un apparecchio chiamato telefono. In casa
Libralesso, di quei congegni ce ne erano tre fino a poche ore prima, ma neanche
a dirlo, erano tutti spariti, compreso il cellulare del professore (prima di
andare a scuola l’aveva dimenticato sul tavolino dell’ingresso).
Marzio Libralesso scartò l’idea di rivolgersi alla vicina,
tempo cinque minuti e la conversazione sarebbe stata di dominio pubblico,
decise invece di uscire in cerca di una cabina telefonica. Fu così che finì in
un Commissario di Polizia.
Dal rapporto dell’ispettore della Polizia di Stato VENEZIANO
SALVATORE poche ore dopo:
Stamattina alle ore 12,20, il sottoscritto in servizio di
pattuglia con l’agente scelto RIBONI ENRICO interveniva all’altezza di Via
Toldo n.56 per sedare una rissa. Artefici del tafferuglio risultavano essere la
signora Tosiolo Lucia residente in Viale Rotondi n.24 e il Signor Libralesso
Marzio di professione docente e un cane non identificato (razza meticcia,
taglia piccola, colore marrone, segni particolari: nessuno). Al nostro arrivo
sorprendevamo la Signora Tosiolo mentre percuoteva, in maniera ripetuta e
continuativa, la testa del Signor Libralesso con il tacco di una scarpa da
donna color bianco misura 38. Tale scarpa, in seguito a successivi
accertamenti, risultava appartenere alla signora stessa.
Contemporaneamente, il cane sopra citato era impegnato ad
azzannare il polpaccio destro del fermato.
Dopo aver separato i contendenti, il sottoscritto e
l’agente RIBONI iniziavamo le indagini di rito.
Alle nostre domande di ricostruire l’accaduto, il Signor
Libralesso dichiarava che l’origine della lite risultava essere dovuta appunto
al suddetto animale.
Il Signor Libralesso dichiarava che il cane rispondeva al
nome di Pomo e di esserne il legittimo proprietario. Di averlo lasciato legato
in precedenza fuori l’ingresso del Bar “Tropici” dove si era recato per
telefonare. Avendolo, poi, visto allontanare senza guinzaglio, lo aveva
rincorso e sculacciato a dovere. Il cane si era difeso e in quel mentre, era
sopraggiunta la signora proprietaria della scarpa che lo aveva aggredito
gridando verso di lui insulti di ogni tipo.
Tali dichiarazioni venivano interrotte più volte dalla
Signora Tosiolo che indirizzava alla volta del fermato frasi ingiuriose e lo
ricolpiva con la su-citata scarpa .
Sequestrata la calzatura incriminata da parte dell’agente
RIBONI ENRICO, la Signora Tosiolo dichiarava quanto segue: “Mentre passeggiavo
con il mio cane, il qui presente professore ci ha rincorso senza alcuna
ragione, aggredendo Leo. Ho pensato che volesse rapirlo. Ho quindi agito di conseguenza per
difenderlo.”
Alla nostra domanda di chi fosse Leo, la Signora
rispondeva quanto segue: “Il mio cane”.
Alla nostra domanda se il cane fosse al guinzaglio, la
Signora Tosiolo rispondeva: “No”.
Fattoci persuasi che uno dei due diceva il falso, dopo un
breve consulto con il collega, si decideva di condurre i tre soggetti (Libralesso,
Tosiolo e cane) in commissariato per accertamenti.
Fu solo a sera tarda che si capì che c’era stato un
equivoco: uno scambio di … animale. Il professore, persuaso di aver
riconosciuto il suo Pomo nel cane senza guinzaglio, in realtà aveva inseguito e
battuto Leo, cane della signora Tosiolo. I due animali, si appurò, si
assomigliavano come due gocce d’acqua.
(Per la cronaca: Pomo era rimasto legato al palo vicino il
bar “Tropici” e la vicenda costò a
Marzio Libralesso una denuncia per maltrattamenti ad animali e una multa di 516
euro, oltre a non riuscire a comunicare con Gioiellino.)
TRE
Nei giorni seguenti i pettegolezzi del furto di casa
Libralesso furono ripetuti, ampliati e arricchiti di particolari dalla Zia
Ester e dalla nipote.
Furono giornate epiche per le due donne. Invitate a turno
dai vari condomini per essere messi al corrente dei fatti, riuscirono a
scroccare numerosi pranzi e cene. Così, tra un piatto di spaghetti e una
portata di carne, tra un contorno di zucchine e un caffè corretto all’anice, la
vicenda Libralesso superò i confini del quartiere.
In quegli stessi giorni il professore si organizzò al
meglio. Aveva deciso di limitare al massimo i propri fabbisogni. Così, decise
di usare una sola stanza del suo appartamento in cui sistemò un’amaca, un
tavolino da picnic e un fornello da campeggio per il caffé (era l’unica cosa
che sapeva cucinare a parte le uova sode che non sopportava). Comprò anche un
rasoio elettrico e uno spazzolino da denti per la sua cura personale.
In fondo, quel contrattempo poteva ritornargli utile. Avere
finalmente del tempo per i suoi hobby. Comprò un po’ di libri che impilò,
rigorosamente in ordine alfabetico, ai piedi dell’amaca. Classici per lo più.
Dostoevskij, Dickens, George Eliot. Ma, non riuscì a leggere che poche pagine.
La gestione della casa gli portava via un mucchio di tempo. Mai avrebbe detto
quanto impegno fosse necessario per fare la spesa, cucinare, riordinare
eccetera, eccetera. E meno male che non aveva più i mobili!
Adesso che era solo, però, riusciva ad intrattenere lunghe
conversazioni con Pomo. Sembrava che si capissero al volo. A quel cane, gli si
poteva parlare di qualsiasi argomento senza che si annoiasse e, che lo
interrompesse con considerazioni fuori luogo come faceva sempre sua moglie.
Due sere a settimana le trascorreva, invece, nella
lavanderia a gettoni in fondo alla strada. Ci andava dopo cena con Pomo e la
sua biancheria. Fu qui che una sera conobbe Marianna Bosollo, una ragazza dai
capelli rossi di ventidue anni. Un pedalino spaiato fu l’occasione per
scambiare qualche parola. Dal calzino passarono alle camicie, poi a discorsi
più seri. Alla fine del ciclo di lavaggio il professore venne a sapere che la
ragazza aveva lasciato l’università per intraprendere la carriera di velina.
«Gioventù d’oggi. Gioventù senza testa e senza aspirazioni»,
si lasciò scappare. «Si può mai lasciare la scuola per una carriera così
effimera?»
Una piccola lezioncina sulla vita le avrebbe fatto bene,
pensò. Quella ragazza aveva bisogno di una guida, di un mentore e lui era la
persona giusta. Si schiarì la voce e le iniziò a parlare.
La fine del ciclo di asciugatura era ancora lontana e la
ragazza dai capelli rossi sperò disperatamente che arrivasse qualcuno a
interrompere la lezione.
Le sue preghiere dovettero essere udite perché qualche
minuto più tardi nella lavanderia entrò la Signorina Barbieri. Un certo Dottor
Guarisco aveva cercato il professore e aveva lasciato un biglietto per lui. La
ragazza dai capelli rossi approfittò immediatamente di quello insperato colpo
di fortuna per tirare fuori i panni ancora bagnati e con una scusa sgaiattolare
fuori dal locale. Per la fretta o per dispetto portò via anche gli indumenti di
Marzio Libralesso. Così, per la seconda volta in un mese, il professore perse
le sue mutande senza che riuscisse a capire cose le rispettive donne se ne
potessero fare.
QUATTRO
Mario Guarisco di professione faceva lo psicoterapeuta e,
come amava ripetere ad ogni nuovo paziente, il suo cognome non gli aveva mai
creato problemi. Anzi, era stato beneaugurante per la professione che aveva
scelto. “Ho l’impressione” ripeteva, “che le persone si sentono rassicurate da
un Dottor Guarisco piuttosto che da un ordinario Dottor Rossi”.
La signora Libralesso era stata in cura da lui per sei mesi
dopo aver saputo dalla moglie del giornalaio all’angolo, che l’armonia
coniugale era ritornata tra le mura domestiche dopo che lei e il marito avevano
seguito una terapia di coppia appunto da lui.
Gioiellino aveva proposto al marito di fare una cosa simile,
ma il professore non era stato d’accordo. “Nella società di oggi c’è un
overdose di psicologia. Ormai, non si può andare neanche in bagno senza
consultarsi con uno psicologo” aveva asserito. “Mai e poi mai mi sederò davanti
ad uno di quelli a raccontarmi” aveva tagliato corto.
La logica conseguenza fu che la signora Libralesso aveva
iniziato ad incontrare una volta la settimana il Dottor Guarisco da sola.
Nel biglietto consegnato dalla Signorina Barbieri, lo
psicologo invitava il professore a casa sua per discutere di questioni personali. L’edificio era una
costruzione identica a quella in cui risiedeva Marzio Libralesso. Capita
sovente che qualche costruttore riproponga lo stesso fabbricato in qualche
altro luogo. Lo si fa per semplificare la progettazione e tagliare i costi.
Così, era successo per la costruzione in questione. La palazzina di cinque
piani in mattoni rossi era la copia perfetta dell’edificio in cui viveva il
professore. Il capitolato per i due fabbricati doveva essere stato lo stesso
perché perfino i corrimani delle scale e le cassette della posta erano
identiche. Il professore e Pomo salirono le scale aspettandosi di incontrare la
Signorina Barbieri o il Maresciallo Cellini.
All’appartamento del terzo piano – inutile dirlo, lo stesso
pianerottolo di casa Libralesso – venne ad aprire il Dottore Guarisco in
persona.
Qui, con grande sorpresa, Marzio Libralesso ritrovò il suo
arredamento. Il mobilio, diligentemente sistemato come nella casa originaria,
faceva bella mostra nell’appartamento.
Pomo, disorientato, cominciò ad annusare qua e là. Lo stesso
professore non sarebbe stato capace di discernere il suo vero alloggio, così
come era arredato fino ad un mese prima, da quello in cui si trovava. Sembrava
casa sua.
Mentre lo stupore si diffondeva sulla sua faccia, il Dottor
Guarisco lo accompagnò nelle varie stanze come in un giro turistico. Posato sul
comodino della camera da letto, il professore ritrovò il libro Piccoli
Crimini Coniugali, che non aveva ancora
finito di leggere. Riconobbe anche le sue vecchie pantofole allineate con cura sotto lo stesso comodino.
Il Dottore lo guardò compiaciuto: «Che ne dice Professore?»
«E’ tutto così …»
«.. uguale a casa sua?» chiese il Dottore. «Dica pure che è
casa sua. Guardi nei cassetti».
Marzio Libralesso gli rivolse lo sguardo con fare
interrogativo.
«Guardi. Guardi, per piacere», lo esortò.
Il Professore aprì il cassetto del comodino dal lato dove
era solito dormire e trovò la sua
biancheria intima.
«Professore, penso che debba avere delle spiegazioni. E’ per
questo motivo che sono qui. Venga con me».
Marzio Libralesso seguì lo psicoterapeuta nel salotto dove
trovò la seconda sorpresa, Gioiellino con in mano una tazza di caffé.
Accucciato ai suoi piedi scoprì Pomo.
«Sua moglie mi ha chiesto di essere presente a
quest’incontro e di assisterla nel difficile compito di … donna abbandonata»,
disse lo psicologo.
Marzio Libralesso voleva far notare che chi aveva lasciato
il tetto coniugale non era lui, ma un crampo all’addome lo fece soprassedere.
Era infatti da circa mezz’ora che un lento, inesorabile tormento aveva
cominciato ad interessare il suo basso ventre. Tutto era cominciato non appena
aveva lasciato il suo appartamento. Una scatoletta di polpettone della sera
precedente doveva avergli fatto male.
«So che lei ha sempre disapprovato le teorie alla base delle
mie terapie», continuò lo psicologo, «ma la prego, prenda una sedia e si segga.
Faccia come a casa propria».
In verità, era il Dottore ad essere a proprio agio. Prese
posto alla scrivania del professore da cui estrasse uno dei suoi fogli bianchi e una sua penna. Marzio Libralesso si accomodò su una sedia
accanto alla moglie.
La donna non proferì parola. Il suo sguardo non faceva
presagire niente di buono.
«Per migliorare le vostre relazioni interpersonali», esordì
il dottore, «ritengo molto utile cominciare insieme a prestare attenzione a
quei sentimenti come il rancore, che svolgono un ruolo fondamentale nella
nostra vita emozionale. La rabbia che cova dentro di voi – inutile negare lo
sento – se imbrigliata può distruggere il rapporto con il partner. Ma, quella
stessa rabbia, se manifestata, può essere un potente strumento per lasciare
andare via la tensione quotidiana e il nervosismo che accumuliamo.
«Ora, prima che sia troppo tardi è bene tirarla fuori. La
vitalità del vostro rapporto ne trarrà beneficio».
Marito e moglie si guardarono.
«Forza! Tiratela fuori!», li esortò lo psicologo.
Gioiellino dovette prenderlo in parola perché insieme alla
rabbia tirò un calcio negli stinchi di Marzio Libralesso.
«Forse non distruggerà il partner, ma il mio stinco sì»,
accusò il professore massaggiandosi la gamba.
Il dottore scrisse sul foglio bianco la parola stinco seguito da un punto interrogativo, poi continuò la
sua lezione.
A Marzio Libralesso, come aveva supposto, quello psicologo
non piaceva. Il Dottor Guarisco era senza un camice bianco come avrebbe
indossare un medico degno di questo nome. Portava semplicemente dei pantaloni
di velluto con sopra un maglione e una cravatta uguale a quella preferita dal
professore. Marzio Libralesso aveva sempre disapprovato il guardaroba ‘casual’.
Lui era di quelli convinti che una giacca e una cravatta riuscissero a dare
autorevolezza e competenza anche ad un analfabeta e che il camice bianco
servisse a rimarcare la sacralità della professione medica. Cercò di non farci
caso. Si concentrò su quello che voleva dire.
Interruppe il dottore e cominciò: «Gioiellino, le
circostanze che hanno portato te e i nostri mobili in quest’appartamento non mi
sono affatto chiare…»
Il suo basso ventre continuava a dargli problemi.
Quell’iniziale fastidio si stava trasformando in un maremoto intestinale.
Crampi gli attraversavano l’apparato digerente, fitte lo bucavano con
regolarità e la necessità di andare in bagno si faceva sempre più impellente.
Strinse i denti, oltre che i glutei e continuò.
«… ma è mia intenzione sorvolare su questa incresciosa
situazione. Ritengo, però, che un tuo ritorno a casa sia ormai
improcrastinabile».
La donna non disse una parola.
Ci pensò su un momento: «Vorrei capire il perché di tutto
questo», disse alla fine cambiando il tono della voce. «Non è possibile che
dopo dieci anni di vita in comune una persona se ne vada senza dire nulla.
Così, da un momento all’altro. Penso che uno dovrebbe essere avvertito,
preparato…»
Crampo.
Il professore sfruttò il momento di ascendente sensualità.
Si avvicinò alla moglie e le accarezzò i capelli. Gioiellino lo lasciò fare.
«Perché non
torniamo a casa?» disse alla fine. La richiesta era motivata soprattutto dai
dolori al basso ventre. «Nulla è perduto. Possiamo riprovarci. Sarà dura, ma …»
Altro crampo.
«Devo pure andare in bagn…»
Marzio Libralesso si rese subito conto di aver commesso un
errore strategico.
«Siamo alle solite!», sbottò Gioiellino. «Appena cominciamo
a parlare di noi, subito non vedi l’ora di finire»
«No! E che … il polpettone …»
«… non pensi che a mangiare. In un momento come questo!».
Marzio Libralesso vide che anche il dottore disapprovava.
Decise che era meglio stare zitto e stringere i denti.
Gioiellino incominciò a snocciolare una lista d’inadempienze
del marito lunga come un elenco telefonico. Il Dottore prendeva nota, Marzio
Libralesso guardava interessato la porta del bagno.
Lo psicoterapeuta se ne accorse e scrisse sul foglio bagno
= bisogno di liberarsi la coscienza?
«Parliamo delle nostre serate, per esempio» continuò
Gioiellino.
«Che c’è da dire sulla nostre serate?» chiese Marzio
Libralesso distraendosi per un istante dalla porta del bagno.
«Appunto! Niente. Non succedeva
mai nient…»
La frase fu interrotta da rumori sospetti provenienti dalla
direzione del povero professore. Un scossa al basso ventre più forte delle
altre lo aveva preso di sorpresa ed era successo l’irreparabile.
E con questo era finita anche la loro discussione. Per
sempre.
Quando Marzio Libralesso uscì dal bagno, vide Gioiellino
sorridere mentre la mano del Dottor Guarisco esplorava le rotondità delle
natiche della sua ex-signora con grossa soddisfazione per entrambi.
«Marzio è finita», disse la signora Libralesso. «E’ stato un
passo difficile per me, ma Mario, mi ha aiutato.
«E’ grazie a lui che ho compreso che la nostra vita di
coppia era ad un punto morto. Erano solo gli oggetti, i gesti e le abitudini a
legarci. Oggetti, gesti, abitudini che, confesso, mi era difficile abbandonare,
ma Mario mi ha aiutato a trovare dentro di me quella forza interiore che non
pensavo di avere. Mi ha fatto capire che, girare pagina non significa ripudiare
necessariamente il passato. Che è possibile ricominciare senza rinunciare a
tutte quelle cose che fanno parte ormai di me. E così ho lasciato a casa
l’unica cosa di cui potevo fare a meno. Te.
«Ti ho rimpiazzato, sistemando all’istante la mia vita
coniugale. Se ci pensi, tutto questo è stato possibile eliminando solo una
consonante in un nome. Una semplice operazione di cesoie: Marzio è diventato Mario. L’eliminazione di un’insignificante lettera
dell’alfabeto e la mia vita si è rinnovata». Rise.
Marzio Libralesso non disse niente. L’effluvio che proveniva
dai suoi pantaloni parlava per lui.
«Questa cravatta è sua». Il Dottor Guarisco sciolse
l’abbraccio attorno alla vita della sua ex-signora e gliela consegnò avendo
l’accortezza di rimanere lontano dal professore. «Gioiellino ha insistito
perché la provassi. E’ molto graziosa, ma preferisco un abbigliamento più
casual. Grazie».
«Pomo andiamo», disse il professore.
Il cane non si mosse.
Marzio Libralesso non disse niente e si avviò verso la
porta.

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