20/10/12

Esercizi di stile: Tre personaggi

 Racconto basato su tre personaggi:
una postina, un vivaista, un pesce rosso.

Nome e Cognome
Luciano Old Fashioned V.

Attualmente, a guardar bene, non ho un nome, è noto solo il mio cognome. Infatti il mio vivaio, a pochi chilometri dalla cittadina dove abitavo, ha un nome "Vivaio Girotti" e all'entrata e sui biglietti da visita. appare solo quell'intestazione. Prima avevo con un socio un'agenzia "tutto pratiche" e anche là con il mio socio, abitudine nata ancora sui banchi di scuola, ci si chiamava con il cognome, confidenzialmente e con l'aria annoiata di chi fa un mestiere senza soddisfazioni. Infatti, stanco, ho abbandonato tutto quel anonimo viavai di clienti, ed ho lasciato tutta l'attività al mio socio, dopo trattative colme di diffidenza. Ed ora gestisco il vivaio, i miei rapporti con i clienti, anzi quasi esclusivamente con le clienti, sono caratterizzati da una mia rispettosa disinvoltura e da una competenza, per la verità imparaticcia, ma che si avvale di una vera simpatia per le piante. Di solito le signore che devono creare o abbellire il loro giardino hanno idee precise e gusti capricciosamente definiti. Comunque so già che le trattative si svolgono in due tempi perchè le clienti dichiarano, prima di concludere l'acquisto, che devono parlare con il marito, ma so già che nelle loro teste la decisione è già presa. Così mi salutano andandosene e tornando con un formale "Buongiorno signor Girotti!". Il "signor" è dovuto alla mia età, 59 anni, e al mio aspetto non volgare e un po' trasognato che non può non piacere. L'età è piuttosto avanzata per un mestiere che comporta qualche sforzo fisico, ma forse per allontanare il ricordo della noia burocratica del passato, mi ci trovo bene. Passare fra i filari di piante di cui riconosco l'odore, l'amaro e pungente delle tuje o addirittura riconoscere senza addirittura guardare il colore sbiadito e luminoso degli olivi. Evidentemente, passare il tempo all'aperto è come avere un po' di confidenza con se stessi, E così non sono più solo il signor Girotti ma torno ad essere per me Paolo Girotti o semplicemente Paolo.
Per la verità, per molto tempo sono stato solo Paolo. Sono vissuto parecchi anni con una donna che così mi chiamava ma essendo una persona silenziosa mi chiamava assai raramente, anzi sempre più raramente. Dopo un certo tempo ho notato che quasi non mi chiamava più ed ha incominciato a parlare sempre più spesso di sua madre che viveva da sola, con poca salute e con una tendenza a lamentarsi del suo stato. Così quasi inavvertitamente ha aumentato le sue visite alla madre, sempre più frequenti e sempre più prolungate fino a che ho capito che intendeva trasferirsi là. Devo esserle riconoscente perchè non ha accompagnato la sua decisione con discorsi o bugie ma mi ha fatto capire che così andava bene.
Dalla casa di sua madre inizialmente telefonava chiedendo o dando notizie, ma anche le telefonate sono diventate sempre più rare e alla fine sono cessate. Quando è partita facendomi blandamente capire che non sarebbe più tornata ho provato per i primi giorni dopo la sua partenza un certo senso di nostalgia e sentivo che stavo sorridendo, a cosa? a un ricordo e poi forse a un fantasma, poi alla fine più nulla.
Così sono rimasto solo, con i miei doloretti alle giunture, con la testa sempre più stempiata ma con il piacere di sapere che là c'era la terra con il suo buon odore. L'attività amministrativa si limitava alle fatture che venivano recapitate per posta e che quasi mai citavano il mio nome proprio. Però una volta arrivò, a mio nome intero, una richiesta di denaro per una organizzazione religiosa che assisteva della gente in Africa. Infatti, tempo addietro, in un momento di spaesamento avevo spedito dei soldi, forse impressionato dalla lucentezza dei denti del negretto in fotografia. Così ero stato personalmente schedato e si ricordavano di me per periodiche richieste. E fu anche in occasione di una comunicazione dei vigili urbani ( la solita multa per sosta vietata) che dovetti firmare per la raccomandata. Solo che la missiva non fu più portata dal solito postino, un ragazzo dall'aria assolutamente indifferente, ma da una postina che faceva rombare allegramente il motore della moto. Il rumore, la casacca gialla, il casco improvvisamente alzato mi presentò una giovane donna che parlava a voce molto alta, chiedendo di "Paolo Girotti" con un tono quasi imperioso. E sopratutto la sorpresa fu che non guardava con uno sguardo scialbo ma fissava con gli occhi sgranati, un po' da pazza. Mi alzai e con la zappetta ancora in mano mi avvicinai, incuriosito dalla stranezza di questa giovane donna che sembrava arrivare da un altro mondo, inquieto e strano. Firmai e restai confuso a guardare la motoretta che si allontanava velocemente. Bene, i giorni successivi aspettai che arrivassero fatture, estratti conto, per provare ancora quella scossa inaspettata, ma le apparizioni della postina erano rare, messe a confronto con l'inquieta curiosità suscitata inizialmente. Comunque di recapiti ce ne furono, sempre con il solito rituale della chiamata ad alta voce, del rumore del motorino, dell'occhiata fissa e sgranata, tutte sensazioni che mi lasciavano strano. Poi le apparizioni della motoretta furono sempre più attese e la loro mancanza più molesta. Così pensai, curvo su un'aiola di rosai, che si poteva usare uno stratagemma: spedire a me stesso delle lettere. Dapprima le intestazioni furono semplici: Paolo Girotti. Ma poi mi investì un'allegra fantasia, scrivere sull'indirizzo qualche titolo accademico, o un "egregio amatissimo signor". E i francobolli erano i più vistosi, Scelti quasi "con amore" dal tabaccaio.
Così quella carnevalata andò avanti per un bel po', con qualche risultato: la ragazza addolcì il suo sguardo e le sue labbra si mossero un po' ai lati, quasi con un sorriso. E poi chiamava me accentuando il nome: Paolo. A me bastava e bastò finche un giorno tornò l'odioso ragazzo dallo sguardo catatonico che mi consegnò la lettera con frettolosa indifferenza.
Potete immaginare il resto, il dolore alla schiena mi segnalò che non avrei mai più potuto piegarmi per abbracciare il tronco di un albero, la televisione che guardavo solo soletto con attenta indifferenza pensando ad altro, diventò un convulso caos di immagini. Restò solo la boccia di vetro dove imperterrito girava il pesce rosso. Non cambiai più l'acqua e anzi gli vuotai un'intera busta di cibo che fu accolto con ingordigia e di lì a poco tempo salì alla superficie gonfio e immobile. Perciò non più giretti intorno, apri e chiudi la bocca come per respirare. E' finito così quell'inutile esserino.

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