20/10/12

Racconti a piede libero

 La casa svaligiata
Amerigo Acapulco fizz R.


UNO

Casa Libralesso era stata svaligiata.
«Casa sua rapinata?» chiese la vicina.
«Svaligiata» corresse Marzio Libralesso. «Le rapine si fanno in banca; una casa si svaligia».
Marzio Libralesso come mestiere faceva il professore di lettere e riteneva che le parole avessero la loro importanza. Anche se, in questo caso era difficile trovare un termine preciso. Solitamente, i ladri che svaligiano un appartamento fanno una cernita, una scelta tra gli oggetti dello sventurato, lasciando i meno interessanti e prendendo quelli di maggior pregio. E’ difficile che un ladro possa portarsi via un armadio con tutto il suo contenuto, oppure le tende del soggiorno insieme al bastone che le sostiene; ancor meno delle vecchie pantofole e il portarotolo della carta igienica del bagno. Eppure era successo! Questi ladri si erano portati via tutto. Era sparita perfino la pattumiera con i fondi del caffé che il professore aveva bevuto quella mattina.
In casa Libralesso erano rimaste solo le nude pareti. Nel senso letterale della parola.
Quella mattina, come ogni giorno, il professore si era recato a scuola. Durante l’ora di storia aveva fatto proiettare il film dal titolo la banda del buco con Totò, Vittorio Gassman e un giovanissimo Marcello Mastroianni. La pellicola l’aveva presa dalla sua cineteca privata che ora, inutile dirlo, non aveva più. I ladri se le erano portata via insieme alla libreria dello studio.
Alla proiezione in classe, doveva seguire un dibattito sul boom economico italiano degli anni sessanta ma, artefice l’alunno Zanin Luigi, la discussione si era arenata sull’efficacia della tecnica dello scasso mediante buco nella parete più che sui cambiamenti avvenuti nel dopoguerra nella nostra penisola come voleva Marzio Libralesso. L’allievo aveva esposto una convincente ed esaustiva dissertazione su tecniche di scasso alternative più moderne e sicure a discapito della tecnica vista nel film. Il suo intervento era finito tra i battimani entusiastici dei compagni di classe.
Il professore, una volta tornato a casa, aveva dovuto ammettere che l’alunno tutti i torti non aveva; in effetti a casa sua non c’era nessun buco. I ladri erano entrati con le chiavi.

«Ecco come ci ringraziano», continuò la vicina.
Marzio Libralesso avrebbe voluto che la Signorina Barbieri si attaccasse al telefono e chiamasse la Polizia. E con una certa urgenza! Ma lei tergiversava. Del resto, conosceva già responsabili di tutto ciò. Gli Extracomunitari.
«Solo loro sono capaci di entrare in casa così e fregarti tutto», stava appunto dicendo. “Giungono in Italia con delle tinozze sgangherate. Li salviamo. Li accogliamo. Diamo loro pure da mangiare e un posto dove dormire. E loro come ci ringraziano? Rapinando le nostre case».
«Svaligiando…», rettificò ancora il professore. Quella degli extracomunitari era una fissa della Signorina Barbieri.
«Svaligiare o rapinare, sempre rubare è! Professore, non si è più sicuri da nessuna parte. Quelli, bisogna ributtarli tutti in mare», concluse la donna.
«Non è così semplice, sà … i flussi migratori … il sud affamato che propende verso il nord sazio e satollo…»
«… pollo? » La zia ultraottantenne della Signorina Barbieri faceva visita alla nipote almeno una volta la settimana per scroccarle un pasto e conoscere le ultime novità sul vicinato. Per tutti era Zia Ester ed era sorda come una campana. Una sua prerogativa era intervenire a sproposito: «Chi mangia il pollo?».
«Una rapina dal Signor Libralesso…», cercò di spiegare la nipote alla zia, incurante della spiegazione data poco prima dal professore.
«Una faina?»
Marzio Libralesso pensò che ci sarebbe voluto un quarto d’ora buona per farle capire qualcosa; nel frattempo i ladri chissà dove erano con tutti suoi mobili.
Ormai era troppo tardi; la Signorina Barbieri le stava raccontando l’accaduto: «Ci sono stati i ladri nell’appartamento accanto …»
«… non mi sono mai piaciuti i frati», esclamò Zia Ester. Poi, rivolgendosi al professore chiese: «Francescani o Domenicani?»
«Ladri, non frati», gridò, ancor di più, la premurosa nipote all’orecchio della zia. «LA-DRI!»
Marzio Libralesso disperato chiuse gli occhi.

L’arrivo dell’inquilino del quarto piano fu un sollievo per il professore che cominciava a pentirsi di essersi rivolto alla vicina. Anche le signore sembrarono gradire l’intrusione. Il Signor Cellini, trasferitosi da poco nel palazzo, era divorziato e di bell’aspetto. Come si dice in questi casi, un buon partito. Era stato, inoltre, Maresciallo dei Carabinieri, ora in pensione per motivi di salute: i suoi piedi piatti.
Ascoltò il resoconto del professore prendendo appunti sul retro della sua lista della spesa (deformazione professionale!), poi abbozzò un sorriso.
Era di nuovo in servizio.
«Non possono che essere che loro!», affermò. «La tecnica e l’ora del misfatto mi fanno pensare a degli extracomunitari!».
Marzio Libralesso rialzò gli occhi al cielo.
«Quei delinquenti,» continuò, «non aspettano la notte. Agiscono in pieno giorno e … potrebbero, addirittura, essere ancora sul posto. Anzi, la maggior parte delle volte riescono a farla franca proprio perché non s’interviene subito. Il fattore tempo è fondamentale. Non possiamo aspettare la Polizia, dobbiamo stanarli noi.»
Le due donne emisero un «Oh!» all’unisono.
La Zia Ester diede di gomito alla nipote per farsi ripetere alcuni passi del discorso di quel bel pezzo di maresciallo. Quella giornata incominciava a piacere alla vecchia signora. Era da quando lo Zio Edoardo era morto d’infarto sulla tazza del bagno, con tutto il trambusto che ne era seguito, che non si stava divertendo tanto e poi, quell’uomo, il maresciallo, assomigliava tanto ad un capitano della marina con cui aveva avuto un filarino quando era stata giovane.
Marzio Libralesso cercò di spiegare che nell’appartamento non c’era nessuno, ma Cellini non volle sentire ragioni. Bisognava esserne sicuri.
Fu così che nacque l’Operazione Bonifica. Ogni impresa di polizia che si rispetti deve avere un nome in codice spiegò il Maresciallo Cellini.

L’Operazione Bonifica fu organizzata come una vera azione di guerra. Ad ognuno dei presenti fu consegnata un’arma: il battipanni alla Signorina Barbieri, alla Zia Ester il suo inseparabile ombrello a scacchi, a Marzio Libralesso capitò la scopa. Il Maresciallo Cellini scelse invece il matterello, che impugnò da par suo; dopodiché si mise alla testa delle sue truppe.
«E che adesso provino a farcela sotto il naso!» disse prima di aprire la porta di casa Libralesso.
Più che sotto il naso, fu sotto le gambe della Zia Ester che sgusciò Pomo, il cane del professore. Marzio Libralesso se n’era completamente dimenticato! Era l’unica cosa che i ladri avevano lascito. Così, appena la porta si aprì, Pomo sgattaiolò fuori e … fu la fine dell’Operazione Bonifica.
In esatta sequenza avvennero i seguenti accadimenti:
1.              La Zia Ester per la sorpresa lanciò un urlo. Cercò di colpire l’animale con l’ombrello, ma prese le gambe del maresciallo.
2.              Le mani del Signor Cellini, tanto salde non dovevano essere, perché il suo matterello volò sulla testa del povero Libralesso stendendolo.
3.              La Signorina Barbieri, dal canto suo, per lo spavento corse a nascondersi in casa.
I segni della disfatta furono subito evidenti anche ai meno attenti: Marzio Libralesso, seduto per terra, si teneva con una mano la testa; il maresciallo Cellini cercava di tirarlo su bofonchiando qualcosa sulla virilità di un uomo; la Signorina Barbieri andava sostenendo la pericolosità delle armi. La Zia Ester, in qualità di membro onorario di quasi tutte le organizzazioni di carità della città, e che, come diceva lei, di queste cose se ne intendeva, lanciava l'idea di una tisana alla  valeriana per calmare i nervi tesi.
Marzio Libralesso, dal canto suo, si convinse definitivamente che avrebbe fatto meglio ad andare di persona alla Polizia. La situazione gli era chiaramente sfuggita di mano.

Fu proprio tutta questa agitazione e il gran trambusto che ne conseguì che spinse il Signor Maravento, l’inquilino del secondo piano, ad aprire la porta del suo appartamento dando alla vicenda una connotazione completamente diversa.
«E’ di sua moglie», disse mentre consegnava una lettera al povero professore. «Prima di andarsene con un camion carico di mobili, mi ha pregato di consegnargliela.»
Solo allora tutti i presenti si resero conto che, in effetti, a casa del professore oltre all’arredo mancava anche la signora Libralesso.

DUE
La lettera, niente altro che poche righe buttate giù su una paginetta a quadretti, comunicava a Marzio Libralesso che la moglie lo aveva lasciato. Insieme all’arredo.
Il professore corresse la punteggiatura del testo con la penna rossa che aveva nel taschino della giacca e fece il punto della situazione.
La faccenda aveva preso una piega decisamente diversa da quella che sembrava in un primo momento. Era stato precipitoso nell’analizzare gli eventi. Nella situazione in cui si era venuto a trovare non serviva affatto la polizia. Gioiellino – il nome con cui chiamava la consorte nell’intimità – era proprietaria dell’arredo e di quello che conteneva quanto lui. Certo, era sparita anche la sua biancheria intima ed il professore non riusciva ad immaginare cosa sua moglie avrebbe potuto farsene, ma tecnicamente la signora Libralesso era comproprietaria anche delle sue mutande e libera di portarle via.
Era necessario un incontro chiarificatore con Gioiellino.
Ora, mettersi in contatto telefonico con qualcuno in una società basata sulla comunicazione può sembrare una cosa semplice al giorno d’oggi, ma per farlo è indispensabile un apparecchio chiamato telefono. In casa Libralesso, di quei congegni ce ne erano tre fino a poche ore prima, ma neanche a dirlo, erano tutti spariti, compreso il cellulare del professore (prima di andare a scuola l’aveva dimenticato sul tavolino dell’ingresso).
Marzio Libralesso scartò l’idea di rivolgersi alla vicina, tempo cinque minuti e la conversazione sarebbe stata di dominio pubblico, decise invece di uscire in cerca di una cabina telefonica. Fu così che finì in un Commissario di Polizia.

Dal rapporto dell’ispettore della Polizia di Stato VENEZIANO SALVATORE poche ore dopo:
Stamattina alle ore 12,20, il sottoscritto in servizio di pattuglia con l’agente scelto RIBONI ENRICO interveniva all’altezza di Via Toldo n.56 per sedare una rissa. Artefici del tafferuglio risultavano essere la signora Tosiolo Lucia residente in Viale Rotondi n.24 e il Signor Libralesso Marzio di professione docente e un cane non identificato (razza meticcia, taglia piccola, colore marrone, segni particolari: nessuno). Al nostro arrivo sorprendevamo la Signora Tosiolo mentre percuoteva, in maniera ripetuta e continuativa, la testa del Signor Libralesso con il tacco di una scarpa da donna color bianco misura 38. Tale scarpa, in seguito a successivi accertamenti, risultava appartenere alla signora stessa.
Contemporaneamente, il cane sopra citato era impegnato ad azzannare il polpaccio destro del fermato.
Dopo aver separato i contendenti, il sottoscritto e l’agente RIBONI iniziavamo le indagini di rito.
Alle nostre domande di ricostruire l’accaduto, il Signor Libralesso dichiarava che l’origine della lite risultava essere dovuta appunto al suddetto animale.
Il Signor Libralesso dichiarava che il cane rispondeva al nome di Pomo e di esserne il legittimo proprietario. Di averlo lasciato legato in precedenza fuori l’ingresso del Bar “Tropici” dove si era recato per telefonare. Avendolo, poi, visto allontanare senza guinzaglio, lo aveva rincorso e sculacciato a dovere. Il cane si era difeso e in quel mentre, era sopraggiunta la signora proprietaria della scarpa che lo aveva aggredito gridando verso di lui insulti di ogni tipo.
Tali dichiarazioni venivano interrotte più volte dalla Signora Tosiolo che indirizzava alla volta del fermato frasi ingiuriose e lo ricolpiva con la su-citata scarpa .
Sequestrata la calzatura incriminata da parte dell’agente RIBONI ENRICO, la Signora Tosiolo dichiarava quanto segue: “Mentre passeggiavo con il mio cane, il qui presente professore ci ha rincorso senza alcuna ragione, aggredendo Leo. Ho pensato che volesse rapirlo. Ho  quindi agito di conseguenza per difenderlo.”
Alla nostra domanda di chi fosse Leo, la Signora rispondeva quanto segue: “Il mio cane”.
Alla nostra domanda se il cane fosse al guinzaglio, la Signora Tosiolo rispondeva: “No”.
Fattoci persuasi che uno dei due diceva il falso, dopo un breve consulto con il collega, si decideva di condurre i tre soggetti (Libralesso, Tosiolo e cane) in commissariato per accertamenti.

Fu solo a sera tarda che si capì che c’era stato un equivoco: uno scambio di … animale. Il professore, persuaso di aver riconosciuto il suo Pomo nel cane senza guinzaglio, in realtà aveva inseguito e battuto Leo, cane della signora Tosiolo. I due animali, si appurò, si assomigliavano come due gocce d’acqua.
(Per la cronaca: Pomo era rimasto legato al palo vicino il bar “Tropici”  e la vicenda costò a Marzio Libralesso una denuncia per maltrattamenti ad animali e una multa di 516 euro, oltre a non riuscire a comunicare con Gioiellino.)

TRE
Nei giorni seguenti i pettegolezzi del furto di casa Libralesso furono ripetuti, ampliati e arricchiti di particolari dalla Zia Ester e dalla nipote.
Furono giornate epiche per le due donne. Invitate a turno dai vari condomini per essere messi al corrente dei fatti, riuscirono a scroccare numerosi pranzi e cene. Così, tra un piatto di spaghetti e una portata di carne, tra un contorno di zucchine e un caffè corretto all’anice, la vicenda Libralesso superò i confini del quartiere.
In quegli stessi giorni il professore si organizzò al meglio. Aveva deciso di limitare al massimo i propri fabbisogni. Così, decise di usare una sola stanza del suo appartamento in cui sistemò un’amaca, un tavolino da picnic e un fornello da campeggio per il caffé (era l’unica cosa che sapeva cucinare a parte le uova sode che non sopportava). Comprò anche un rasoio elettrico e uno spazzolino da denti per la sua cura personale.
In fondo, quel contrattempo poteva ritornargli utile. Avere finalmente del tempo per i suoi hobby. Comprò un po’ di libri che impilò, rigorosamente in ordine alfabetico, ai piedi dell’amaca. Classici per lo più. Dostoevskij, Dickens, George Eliot. Ma, non riuscì a leggere che poche pagine. La gestione della casa gli portava via un mucchio di tempo. Mai avrebbe detto quanto impegno fosse necessario per fare la spesa, cucinare, riordinare eccetera, eccetera. E meno male che non aveva più i mobili!
Adesso che era solo, però, riusciva ad intrattenere lunghe conversazioni con Pomo. Sembrava che si capissero al volo. A quel cane, gli si poteva parlare di qualsiasi argomento senza che si annoiasse e, che lo interrompesse con considerazioni fuori luogo come faceva sempre sua moglie.
Due sere a settimana le trascorreva, invece, nella lavanderia a gettoni in fondo alla strada. Ci andava dopo cena con Pomo e la sua biancheria. Fu qui che una sera conobbe Marianna Bosollo, una ragazza dai capelli rossi di ventidue anni. Un pedalino spaiato fu l’occasione per scambiare qualche parola. Dal calzino passarono alle camicie, poi a discorsi più seri. Alla fine del ciclo di lavaggio il professore venne a sapere che la ragazza aveva lasciato l’università per intraprendere la carriera di velina.
«Gioventù d’oggi. Gioventù senza testa e senza aspirazioni», si lasciò scappare. «Si può mai lasciare la scuola per una carriera così effimera?»
Una piccola lezioncina sulla vita le avrebbe fatto bene, pensò. Quella ragazza aveva bisogno di una guida, di un mentore e lui era la persona giusta. Si schiarì la voce e le iniziò a parlare.
La fine del ciclo di asciugatura era ancora lontana e la ragazza dai capelli rossi sperò disperatamente che arrivasse qualcuno a interrompere la lezione.
Le sue preghiere dovettero essere udite perché qualche minuto più tardi nella lavanderia entrò la Signorina Barbieri. Un certo Dottor Guarisco aveva cercato il professore e aveva lasciato un biglietto per lui. La ragazza dai capelli rossi approfittò immediatamente di quello insperato colpo di fortuna per tirare fuori i panni ancora bagnati e con una scusa sgaiattolare fuori dal locale. Per la fretta o per dispetto portò via anche gli indumenti di Marzio Libralesso. Così, per la seconda volta in un mese, il professore perse le sue mutande senza che riuscisse a capire cose le rispettive donne se ne potessero fare.

QUATTRO
Mario Guarisco di professione faceva lo psicoterapeuta e, come amava ripetere ad ogni nuovo paziente, il suo cognome non gli aveva mai creato problemi. Anzi, era stato beneaugurante per la professione che aveva scelto. “Ho l’impressione” ripeteva, “che le persone si sentono rassicurate da un Dottor Guarisco piuttosto che da un ordinario Dottor Rossi”.
La signora Libralesso era stata in cura da lui per sei mesi dopo aver saputo dalla moglie del giornalaio all’angolo, che l’armonia coniugale era ritornata tra le mura domestiche dopo che lei e il marito avevano seguito una terapia di coppia appunto da lui.
Gioiellino aveva proposto al marito di fare una cosa simile, ma il professore non era stato d’accordo. “Nella società di oggi c’è un overdose di psicologia. Ormai, non si può andare neanche in bagno senza consultarsi con uno psicologo” aveva asserito. “Mai e poi mai mi sederò davanti ad uno di quelli a raccontarmi” aveva tagliato corto.
La logica conseguenza fu che la signora Libralesso aveva iniziato ad incontrare una volta la settimana il Dottor Guarisco da sola.

Nel biglietto consegnato dalla Signorina Barbieri, lo psicologo invitava il professore a casa sua  per discutere di questioni personali. L’edificio era una costruzione identica a quella in cui risiedeva Marzio Libralesso. Capita sovente che qualche costruttore riproponga lo stesso fabbricato in qualche altro luogo. Lo si fa per semplificare la progettazione e tagliare i costi. Così, era successo per la costruzione in questione. La palazzina di cinque piani in mattoni rossi era la copia perfetta dell’edificio in cui viveva il professore. Il capitolato per i due fabbricati doveva essere stato lo stesso perché perfino i corrimani delle scale e le cassette della posta erano identiche. Il professore e Pomo salirono le scale aspettandosi di incontrare la Signorina Barbieri o il Maresciallo Cellini.
All’appartamento del terzo piano – inutile dirlo, lo stesso pianerottolo di casa Libralesso – venne ad aprire il Dottore Guarisco in persona.
Qui, con grande sorpresa, Marzio Libralesso ritrovò il suo arredamento. Il mobilio, diligentemente sistemato come nella casa originaria, faceva bella mostra nell’appartamento.
Pomo, disorientato, cominciò ad annusare qua e là. Lo stesso professore non sarebbe stato capace di discernere il suo vero alloggio, così come era arredato fino ad un mese prima, da quello in cui si trovava. Sembrava casa sua.
Mentre lo stupore si diffondeva sulla sua faccia, il Dottor Guarisco lo accompagnò nelle varie stanze come in un giro turistico. Posato sul comodino della camera da letto, il professore ritrovò il libro Piccoli Crimini Coniugali, che non aveva ancora finito di leggere. Riconobbe anche le sue vecchie pantofole allineate con cura sotto lo stesso comodino.
Il Dottore lo guardò compiaciuto: «Che ne dice Professore?»
«E’ tutto così …»
«.. uguale a casa sua?» chiese il Dottore. «Dica pure che è casa sua. Guardi nei cassetti».
Marzio Libralesso gli rivolse lo sguardo con fare interrogativo.
«Guardi. Guardi, per piacere», lo esortò.
Il Professore aprì il cassetto del comodino dal lato dove era solito dormire e trovò la sua biancheria intima.
«Professore, penso che debba avere delle spiegazioni. E’ per questo motivo che sono qui. Venga con me».
Marzio Libralesso seguì lo psicoterapeuta nel salotto dove trovò la seconda sorpresa, Gioiellino con in mano una tazza di caffé. Accucciato ai suoi piedi scoprì Pomo.
«Sua moglie mi ha chiesto di essere presente a quest’incontro e di assisterla nel difficile compito di … donna abbandonata», disse lo psicologo.
Marzio Libralesso voleva far notare che chi aveva lasciato il tetto coniugale non era lui, ma un crampo all’addome lo fece soprassedere. Era infatti da circa mezz’ora che un lento, inesorabile tormento aveva cominciato ad interessare il suo basso ventre. Tutto era cominciato non appena aveva lasciato il suo appartamento. Una scatoletta di polpettone della sera precedente doveva avergli fatto male.
«So che lei ha sempre disapprovato le teorie alla base delle mie terapie», continuò lo psicologo, «ma la prego, prenda una sedia e si segga. Faccia come a casa propria».
In verità, era il Dottore ad essere a proprio agio. Prese posto alla scrivania del professore da cui estrasse uno dei suoi fogli bianchi e una sua penna. Marzio Libralesso si accomodò su una sedia accanto alla moglie.
La donna non proferì parola. Il suo sguardo non faceva presagire niente di buono.
«Per migliorare le vostre relazioni interpersonali», esordì il dottore, «ritengo molto utile cominciare insieme a prestare attenzione a quei sentimenti come il rancore, che svolgono un ruolo fondamentale nella nostra vita emozionale. La rabbia che cova dentro di voi – inutile negare lo sento – se imbrigliata può distruggere il rapporto con il partner. Ma, quella stessa rabbia, se manifestata, può essere un potente strumento per lasciare andare via la tensione quotidiana e il nervosismo che accumuliamo.
«Ora, prima che sia troppo tardi è bene tirarla fuori. La vitalità del vostro rapporto ne trarrà beneficio».
Marito e moglie si guardarono.
«Forza! Tiratela fuori!», li esortò lo psicologo.
Gioiellino dovette prenderlo in parola perché insieme alla rabbia tirò un calcio negli stinchi di Marzio Libralesso.
«Forse non distruggerà il partner, ma il mio stinco sì», accusò il professore massaggiandosi la gamba.
Il dottore scrisse sul foglio bianco la parola stinco seguito da un punto interrogativo, poi continuò la sua lezione.
A Marzio Libralesso, come aveva supposto, quello psicologo non piaceva. Il Dottor Guarisco era senza un camice bianco come avrebbe indossare un medico degno di questo nome. Portava semplicemente dei pantaloni di velluto con sopra un maglione e una cravatta uguale a quella preferita dal professore. Marzio Libralesso aveva sempre disapprovato il guardaroba ‘casual’. Lui era di quelli convinti che una giacca e una cravatta riuscissero a dare autorevolezza e competenza anche ad un analfabeta e che il camice bianco servisse a rimarcare la sacralità della professione medica. Cercò di non farci caso. Si concentrò su quello che voleva dire.
Interruppe il dottore e cominciò: «Gioiellino, le circostanze che hanno portato te e i nostri mobili in quest’appartamento non mi sono affatto chiare…»
Il suo basso ventre continuava a dargli problemi. Quell’iniziale fastidio si stava trasformando in un maremoto intestinale. Crampi gli attraversavano l’apparato digerente, fitte lo bucavano con regolarità e la necessità di andare in bagno si faceva sempre più impellente.
Strinse i denti, oltre che i glutei e continuò.
«… ma è mia intenzione sorvolare su questa incresciosa situazione. Ritengo, però, che un tuo ritorno a casa sia ormai improcrastinabile».
La donna non disse una parola.
Ci pensò su un momento: «Vorrei capire il perché di tutto questo», disse alla fine cambiando il tono della voce. «Non è possibile che dopo dieci anni di vita in comune una persona se ne vada senza dire nulla. Così, da un momento all’altro. Penso che uno dovrebbe essere avvertito, preparato…»
Crampo.
Il professore sfruttò il momento di ascendente sensualità. Si avvicinò alla moglie e le accarezzò i capelli. Gioiellino lo lasciò fare.
 «Perché non torniamo a casa?» disse alla fine. La richiesta era motivata soprattutto dai dolori al basso ventre. «Nulla è perduto. Possiamo riprovarci. Sarà dura, ma …»
Altro crampo.
«Devo pure andare in bagn…»
Marzio Libralesso si rese subito conto di aver commesso un errore strategico.
«Siamo alle solite!», sbottò Gioiellino. «Appena cominciamo a parlare di noi, subito non vedi l’ora di finire»
«No! E che … il polpettone …»
«… non pensi che a mangiare. In un momento come questo!».
Marzio Libralesso vide che anche il dottore disapprovava. Decise che era meglio stare zitto e stringere i denti.
Gioiellino incominciò a snocciolare una lista d’inadempienze del marito lunga come un elenco telefonico. Il Dottore prendeva nota, Marzio Libralesso guardava interessato la porta del bagno.
Lo psicoterapeuta se ne accorse e scrisse sul foglio bagno = bisogno di liberarsi la coscienza?
«Parliamo delle nostre serate, per esempio» continuò Gioiellino.
«Che c’è da dire sulla nostre serate?» chiese Marzio Libralesso distraendosi per un istante dalla porta del bagno.
«Appunto! Niente. Non succedeva mai nient…»
La frase fu interrotta da rumori sospetti provenienti dalla direzione del povero professore. Un scossa al basso ventre più forte delle altre lo aveva preso di sorpresa ed era successo l’irreparabile.
E con questo era finita anche la loro discussione. Per sempre.

Quando Marzio Libralesso uscì dal bagno, vide Gioiellino sorridere mentre la mano del Dottor Guarisco esplorava le rotondità delle natiche della sua ex-signora con grossa soddisfazione per entrambi.
«Marzio è finita», disse la signora Libralesso. «E’ stato un passo difficile per me, ma Mario, mi ha aiutato.
«E’ grazie a lui che ho compreso che la nostra vita di coppia era ad un punto morto. Erano solo gli oggetti, i gesti e le abitudini a legarci. Oggetti, gesti, abitudini che, confesso, mi era difficile abbandonare, ma Mario mi ha aiutato a trovare dentro di me quella forza interiore che non pensavo di avere. Mi ha fatto capire che, girare pagina non significa ripudiare necessariamente il passato. Che è possibile ricominciare senza rinunciare a tutte quelle cose che fanno parte ormai di me. E così ho lasciato a casa l’unica cosa di cui potevo fare a meno. Te.
«Ti ho rimpiazzato, sistemando all’istante la mia vita coniugale. Se ci pensi, tutto questo è stato possibile eliminando solo una consonante in un nome. Una semplice operazione di cesoie: Marzio è diventato Mario. L’eliminazione di un’insignificante lettera dell’alfabeto e la mia vita si è rinnovata». Rise.
Marzio Libralesso non disse niente. L’effluvio che proveniva dai suoi pantaloni parlava per lui.
«Questa cravatta è sua». Il Dottor Guarisco sciolse l’abbraccio attorno alla vita della sua ex-signora e gliela consegnò avendo l’accortezza di rimanere lontano dal professore. «Gioiellino ha insistito perché la provassi. E’ molto graziosa, ma preferisco un abbigliamento più casual. Grazie».
«Pomo andiamo», disse il professore.
Il cane non si mosse.
Marzio Libralesso non disse niente e si avviò verso la porta.

Esercizi di stile: Tre personaggi

 Racconto basato su tre personaggi:
una postina, un vivaista, un pesce rosso.

Nome e Cognome
Luciano Old Fashioned V.

Attualmente, a guardar bene, non ho un nome, è noto solo il mio cognome. Infatti il mio vivaio, a pochi chilometri dalla cittadina dove abitavo, ha un nome "Vivaio Girotti" e all'entrata e sui biglietti da visita. appare solo quell'intestazione. Prima avevo con un socio un'agenzia "tutto pratiche" e anche là con il mio socio, abitudine nata ancora sui banchi di scuola, ci si chiamava con il cognome, confidenzialmente e con l'aria annoiata di chi fa un mestiere senza soddisfazioni. Infatti, stanco, ho abbandonato tutto quel anonimo viavai di clienti, ed ho lasciato tutta l'attività al mio socio, dopo trattative colme di diffidenza. Ed ora gestisco il vivaio, i miei rapporti con i clienti, anzi quasi esclusivamente con le clienti, sono caratterizzati da una mia rispettosa disinvoltura e da una competenza, per la verità imparaticcia, ma che si avvale di una vera simpatia per le piante. Di solito le signore che devono creare o abbellire il loro giardino hanno idee precise e gusti capricciosamente definiti. Comunque so già che le trattative si svolgono in due tempi perchè le clienti dichiarano, prima di concludere l'acquisto, che devono parlare con il marito, ma so già che nelle loro teste la decisione è già presa. Così mi salutano andandosene e tornando con un formale "Buongiorno signor Girotti!". Il "signor" è dovuto alla mia età, 59 anni, e al mio aspetto non volgare e un po' trasognato che non può non piacere. L'età è piuttosto avanzata per un mestiere che comporta qualche sforzo fisico, ma forse per allontanare il ricordo della noia burocratica del passato, mi ci trovo bene. Passare fra i filari di piante di cui riconosco l'odore, l'amaro e pungente delle tuje o addirittura riconoscere senza addirittura guardare il colore sbiadito e luminoso degli olivi. Evidentemente, passare il tempo all'aperto è come avere un po' di confidenza con se stessi, E così non sono più solo il signor Girotti ma torno ad essere per me Paolo Girotti o semplicemente Paolo.
Per la verità, per molto tempo sono stato solo Paolo. Sono vissuto parecchi anni con una donna che così mi chiamava ma essendo una persona silenziosa mi chiamava assai raramente, anzi sempre più raramente. Dopo un certo tempo ho notato che quasi non mi chiamava più ed ha incominciato a parlare sempre più spesso di sua madre che viveva da sola, con poca salute e con una tendenza a lamentarsi del suo stato. Così quasi inavvertitamente ha aumentato le sue visite alla madre, sempre più frequenti e sempre più prolungate fino a che ho capito che intendeva trasferirsi là. Devo esserle riconoscente perchè non ha accompagnato la sua decisione con discorsi o bugie ma mi ha fatto capire che così andava bene.
Dalla casa di sua madre inizialmente telefonava chiedendo o dando notizie, ma anche le telefonate sono diventate sempre più rare e alla fine sono cessate. Quando è partita facendomi blandamente capire che non sarebbe più tornata ho provato per i primi giorni dopo la sua partenza un certo senso di nostalgia e sentivo che stavo sorridendo, a cosa? a un ricordo e poi forse a un fantasma, poi alla fine più nulla.
Così sono rimasto solo, con i miei doloretti alle giunture, con la testa sempre più stempiata ma con il piacere di sapere che là c'era la terra con il suo buon odore. L'attività amministrativa si limitava alle fatture che venivano recapitate per posta e che quasi mai citavano il mio nome proprio. Però una volta arrivò, a mio nome intero, una richiesta di denaro per una organizzazione religiosa che assisteva della gente in Africa. Infatti, tempo addietro, in un momento di spaesamento avevo spedito dei soldi, forse impressionato dalla lucentezza dei denti del negretto in fotografia. Così ero stato personalmente schedato e si ricordavano di me per periodiche richieste. E fu anche in occasione di una comunicazione dei vigili urbani ( la solita multa per sosta vietata) che dovetti firmare per la raccomandata. Solo che la missiva non fu più portata dal solito postino, un ragazzo dall'aria assolutamente indifferente, ma da una postina che faceva rombare allegramente il motore della moto. Il rumore, la casacca gialla, il casco improvvisamente alzato mi presentò una giovane donna che parlava a voce molto alta, chiedendo di "Paolo Girotti" con un tono quasi imperioso. E sopratutto la sorpresa fu che non guardava con uno sguardo scialbo ma fissava con gli occhi sgranati, un po' da pazza. Mi alzai e con la zappetta ancora in mano mi avvicinai, incuriosito dalla stranezza di questa giovane donna che sembrava arrivare da un altro mondo, inquieto e strano. Firmai e restai confuso a guardare la motoretta che si allontanava velocemente. Bene, i giorni successivi aspettai che arrivassero fatture, estratti conto, per provare ancora quella scossa inaspettata, ma le apparizioni della postina erano rare, messe a confronto con l'inquieta curiosità suscitata inizialmente. Comunque di recapiti ce ne furono, sempre con il solito rituale della chiamata ad alta voce, del rumore del motorino, dell'occhiata fissa e sgranata, tutte sensazioni che mi lasciavano strano. Poi le apparizioni della motoretta furono sempre più attese e la loro mancanza più molesta. Così pensai, curvo su un'aiola di rosai, che si poteva usare uno stratagemma: spedire a me stesso delle lettere. Dapprima le intestazioni furono semplici: Paolo Girotti. Ma poi mi investì un'allegra fantasia, scrivere sull'indirizzo qualche titolo accademico, o un "egregio amatissimo signor". E i francobolli erano i più vistosi, Scelti quasi "con amore" dal tabaccaio.
Così quella carnevalata andò avanti per un bel po', con qualche risultato: la ragazza addolcì il suo sguardo e le sue labbra si mossero un po' ai lati, quasi con un sorriso. E poi chiamava me accentuando il nome: Paolo. A me bastava e bastò finche un giorno tornò l'odioso ragazzo dallo sguardo catatonico che mi consegnò la lettera con frettolosa indifferenza.
Potete immaginare il resto, il dolore alla schiena mi segnalò che non avrei mai più potuto piegarmi per abbracciare il tronco di un albero, la televisione che guardavo solo soletto con attenta indifferenza pensando ad altro, diventò un convulso caos di immagini. Restò solo la boccia di vetro dove imperterrito girava il pesce rosso. Non cambiai più l'acqua e anzi gli vuotai un'intera busta di cibo che fu accolto con ingordigia e di lì a poco tempo salì alla superficie gonfio e immobile. Perciò non più giretti intorno, apri e chiudi la bocca come per respirare. E' finito così quell'inutile esserino.

Esercizi di stile: Tre personaggi

Racconto basato su tre personaggi: una postina, un vivaista, un pesce rosso.
 LA POSTINA
Paola Text on the beach C.

A volte si fanno delle piccole cose casuali, tanto per fare, perchè ci capitano addosso e sembra inopportuno lasciarle perdere, anche se non si sa bene a cosa potranno servire, se mai saranno utili. E poi le si dimentica, finiscono in un archivio dal quale il più delle volte non escono più.
Così quella volta che la mia amica Loredana mi ha detto “falla anche tu la domanda, tanto cosa ti costa? Casomai rifiuterai l'incarico” mi sono convinta subito e ho compilato il modulo, glielo ho consegnato in modo che lo facesse registrare all'ufficio centrale dove lavora, e me lo sono dimenticato.
Si capirà bene che fu un colpo di fortuna, perchè mai avrei pensato di avere bisogno di questo lavoro, sia pure precario. Mai avrei pensato che avrei dovuto cercarmi un lavoro, io che ero abituata a fare la casalinga benestante, con una colf  quattro volte alla settimana. Mai avrei pensato che mio marito mi avrebbe lasciata per una segretaria di primo pelo, che potrebbe essere sua figlia, mia figlia, cioè la figlia che non abbiamo avuto.  Credo che sia quasi una fortuna che se ne sia andato con lei, dopo aver prosciugato il conto, perchè così ho dovuto mettermi nella prospettiva di lavorare, cosa che non avevo fatto mai prima. L'avvocato dice che potrò avere la mia parte dei beni che sono rimasti, benché siano intestati a lui- tanto stupida sono stata a fidarmi anche di questo.
Ma non voglio vivere col pensiero che gira solo intorno a tutta questa disgustosa vicenda e portare in giro la posta, con una bicicletta da garzone della frutta, vestita di una giacca impermeabile color giallo rifrangente - un colore che mai avrei pensato di mettermi addosso, giallo vomitino- mi fa stare bene. Questa è una verità!
Pedalo col borsone sul cesto e penso che non ho più bisogno di palestra, benché le ore di palestra che facevo mi servano ora, eccome. Mi piace estrarre le lettere e le buste che devo consegnare, osservarne la fattura prima di farle scivolare nella buca. Qualche volta suono il campanello per far firmare una raccomandata e sbircio dentro la casa mentre il destinatario firma. E' come spiare le vite degli altri, anche se solo di poco. Mi chiedo quanti hanno avuto vicende come la mia e come hanno fatto ad andare avanti. A volte mi pare che ci sia un'allegria esagerata che proviene da quelle case, ragazzini che giocano, una nonna stabilmente presente in casa o forse una tata, quella che viene a ricevere la posta da firmare e che c'è sempre, ogni volta che suono. Qualcuno mi chiede di dare un tocco di campanello per avvisare di aver messo posta nella casella, e poi andando via mi volto indietro per vedere l'espressione che fanno esaminando la posta che hanno appena recuperato. Chissà quante di quelle carte inutili e casuali vengono messe da parte e poi tornano buone come è successo a me.
Da quando è malato il collega della zona limitrofa alla mia mi hanno dato una parte delle sue vie, che arrivano ai margini della città. All'inizio questo sovraccarico mi disturbò, credevo che lo sfruttamento fosse evidente, anche se non avrei osato protestare, tanto mi è utile questo lavoro. Invece mi capita di consegnare anche in un posto veramente bello, un vivaio che ha un'entrata piccolina, in una stradina lungo le mura antiche e mai avrei detto che al di là di quel portoncino di legno sfatto ci fosse un'oasi di verde così estesa. Meraviglie delle nostre città medioevali. Mi sono presa la libertà di fare un giretto nelle serre, un giorno che nessuno rispondeva al campanello, che poi è una vera e propria campana antica, con tanto di corda da tirare. Ho trovato poi il vivaista, curvo sulla schiena a zappettare intorno a una pianta dai fiori profumati. Quando si è alzato per rispondermi sono rimasta folgorata: “dovrebbe firmare qui” ho balbettato, mentre cercavo di ritrovare il distacco necessario. Lui mi guardava perplesso e in quel momento ebbi la certezza che anche lui cercava di ricordare qualcosa. Ma non feci a tempo a riguardare l'intestazione della raccomandata, che forse poteva svelarmi qualcosa che l'indirizzo neutro “VIVAIO DELLE MONACHE”  non mi aveva fatto balenare prima.
Così trovai solo il coraggio di dire “Carino questo pesce”, fermandomi a guardare la boccia in cui girava un classico pesce  vinto al tiro a segno.
“Si, ha molti anni” mi ha risposto lui, facendo il gesto di riaccompagnarmi verso l'uscita. “Lei ha animali?”  ha chiesto
“No, forse l'unico animale che potrei sostenere è proprio il pesce rosso” ho risposto.
“Allora venga qui a prenderlo, quando vuole. Mio fratello ha l'allevamento”.
Mi ha guardata con quell'aria interrogativa e anch'io ho cercato di imprimermelo bene nella mente. Da quel giorno non faccio che chiedermi dove l'ho visto, dove l'ho conosciuto e spero di avere qualche lettera da consegnare che non sia indirizzata al vivaio delle monache.
Oggi finalmente mi è venuta l'idea di cercare in internet suo fratello, allevatore di pesci rossi, mica ce ne saranno migliaia. Così è uscito fuori il suo cognome, Frangipane e da lì mi sono ricordata: era il ragazzo grande di cui ero innamorata alle elementari, anche allora restavo a bocca aperta quando lo incrociavo in cortile, ma lui faceva la quinta e io la prima. Perciò deve avere 59 anni, è molto cambiato, naturalmente.
Eppure potrei dire che mi ha dato la stessa scossa elettrica, come se non fosse passato tutto questo tempo.
Andrò a comprare il pesce, e anche qualche pianta per il mio nuovo appartamentino.
Ho lasciato la casa dove vivevo con mio marito, col mio ex marito.
Ora ho una piccola casa tutta per me.

Esercizi di stile: futuro anteriore

 Al lago con il futuro anteriore (in forma attiva e passiva)                      
di Mariarosa Mimosa C.                        

Quando il tempo mi avrà concesso la possibilità di ammirare ancora il lago di Fimon assieme a te, allora, forse, capirai quanto importante sia stato passeggiare avendoti accanto.
Le mie scarpette di vernice nera, aperte in punta, non certo adatte a quel percorso, lasciavano entrare minuscoli sassolini che mi pizzicavano.
Forse, alla sera, avrò avuto i piedi un po’ doloranti, ma il ricordo di quella passeggiata resterà sempre nei miei ricordi.
Sul lago le ninfee, fiori dell’acqua e del rinnovo della vita a primavera, erano appena sbocciate e destavano la mia curiosità per il colore e la forma particolare .
In questi tiepidi giorni saranno state  ammirate da molte persone che si ritroveranno al lago per festeggiare il lunedì dell’Angelo, ma so che fioriranno pensando a me e a quel giorno lontano in cui mi hanno conosciuta.
Appena saranno passati questi anni difficili, sono sicura che saremo ancora capaci di sentire sulla nostra pelle il profumo di quel fieno appena tagliato, la nostra mente sarà aperta a riconoscere i suoni dell’acqua mossa dai remi di un pescatore solitario, i nostri occhi vedranno ciò che si nascondeva al di là dei colli che si specchiano nel lago.
Se i cigni saranno usciti dall’acqua, con a seguito la loro covata dondolante e pigolante, sarà ancora uno stupore seguirli e ammirarne la grazia delle movenze e l’attaccamento ai cuccioli indifesi.

Quando avrete finito di leggere queste nostalgie e speranze, allora capirete l’importanza delle piccole cose, dei gesti spontanei, dei momenti trascorsi a sentire e a vivere la bellezza dei sentimenti più veri.